Un giorno e mezzo - Vesuvio

Un giorno e mezzo – Vesuvio

(1988)

L’arida pendice del Vesuvio era la schiena di un asino ed egli, diventato un gigante, cavalcava la bestia. Come accade nei sogni, dove tutto è contro ragione, salvo le parole, egli, a cavalcioni dell’asino Vesuvio, saliva sul Vesuvio. Da un lato la salita pareva non dover mai avere fine ed egli, impaziente di arrivare alla meta, pungolava crudelmente la bestia, la quale, adusa ai maltrattamenti, continuava a inerpicarsi sull’erta come poteva; dall’altro, non sapeva quale fosse la meta, anzi gli appariva incerta, spaventosa, confusa, perché in essa c’era tutta l’altezza del cielo, ma si sprofondava anche nella voragine dell’inferno.
«Giulio! Giulio!… » lo chiamava una voce di donna. Ma egli non rispondeva, come quand’era bambino e la madre gridava invano il suo nome affacciata alla rotonda verso i campi.
Quando si svegliò, provò una grande felicità, perché quella voce, venuta da lontano, era viva e presente. Poi un repentino sgomento, perché non si era mai sentito cosí solo come sulla schiena di quell’asino.
Volle subito fuggire angoscia e turbamento, tramutandoli in quella lieve, sopportabile ipocondria, l’umore segreto e diffuso della sua città, dove i sentimenti estremi, gioia e tormento, erano per altri popoli, più ingenui e più barbari, più idealisti e più rozzi, più profondi forse, certamente più infelici. Ma la vita sulla terra era limitata a una fragile crosta, a una sottile epidermide. E sotto di essa tutto era fuoco e tremore. Non aveva senso interrogarsi.
Immaginava quindi di accendere la luce, d’indossare vestaglia e pantofole e di passeggiare per la stana, confortato da una tazza di caffè e da una sigaretta, una Turmac leggera e profumata, dolcemente appiattita, come volesse appena insinuarsi fra le labbra, mescolarsi impercettibilmente al respiro. Meditando gli sarebbero venute le parole per descrivere la forte impressione di quel sogno.
Ma una pigra mollezza, un’inerzia invincibile gl’impedivano di farlo. Cercò di ricordare come continuavano i versi della Ginestra che una volta sapeva tutta a memoria:

Qui sull’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo…

A scuola quella poesia gli era sembrata enfatica e difficile, ma l’arida schiena era un’immagine forte e viva, dava l’idea della bestia che aveva sognato.