Curzio Malaparte, La pelle, 1949, Via Piedigrotta, Napoli

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La caserma era un antico convento nei pressi della Torretta, dietro a Mergellina, diroccato dai secoli e dai bombardamenti. Il cortile, in forma di chiostro, era circondato da tre lati da un portico sorretto da magre colonne di tufo grigio, e da un lato da un alto muro giallo sparso di verdi chiazze di muffa e grandi lapidi di marmo, nelle quali, sotto grandi croci nere, erano incise lunghe colonne di nomi. Il convento era stato, durante qualche antica epidemia di colera, un lazzaretto, e quelli erano i nomi dei colerosi morti. Sul muro era scritto in grandi lettere nere: Requiescant in pace. […] I soldati (erano quasi tutti molto giovani, si erano battuti bene contro gli Alleati in Africa e in Sicilia, e per questa ragione gli Alleati li avevano scelti per formare il primo nucleo del Corpo Italiano della Liberazione) stavano allineati in mezzo al cortile, là davanti a noi, e mi guardavano fisso. Erano anch’essi vestiti di uniformi tolte ai soldati inglesi caduti a El Alamein e a Tobruk, le loro scarpe erano scarpe di morti. Avevano il viso pallido e smunto, gli occhi bianchi e fermi, fatti di una materia molle e opaca. Mi fissavano, così mi parve, senza batter le palpebre. […] Il colonnello Palese prese a parlare, disse: «Vi presento il vostro nuovo capitano…» e mentre parlava io guardavo quei soldati italiani vestiti di uniformi tolte ai cadaveri inglesi, quelle mani esangui, quelle labbra pallide, quegli occhi bianchi. Qua e là sul petto, sul ventre, sulle gambe le loro uniformi erano sparse di nere chiazze di sangue. A un tratto mi accorsi con orrore che quei soldati erano morti. Mandavano un pallido odore di stoffa ammuffita, di cuoio marcio, di carne seccata al sole. Guardai il colonnello Palese, anch’egli era morto. La voce che usciva dalle sue labbra era umida, fredda, viscida, come quegli orribili gorgoglii che escono dalla bocca di un morto se gli appoggi una mano sullo stomaco.  

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